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OPERAI, INTELLETTUALI, TECNICI, PRECARI, LAVORATORI DELLA CONOSCENZA. Un’intervista a SERGIO BOLOGNA
di Camilla Pin e Paolo Caffoni

Vorremmo iniziare da una tua dichiarazione di qualche tempo fa apparsa su L’ospite ingrato: “Abbiamo difeso il lavoro altrui, noi che operai non eravamo. Oggi dobbiamo difendere il lavoro cognitivo, il nostro lavoro, il lavoro intellettuale, più disprezzato e umiliato di quello manuale”. Con questa frase sembri indicare un cambiamento di paradigma importante. All’epoca delle lotte di fabbrica, sulla rivista Primo Maggio avevate proposto il modello di una “Storia orale”, cioè una narrazione del lavoro sviluppata a partire dalla testimonianza diretta degli operai. La “conricerca”, cioè la ricerca con gli operai, era prima di tutto un modo di intendere la cultura che tendeva ad oltrepassare la separazione accademica fra il soggetto (l’intellettuale) e l’oggetto dello studio (il lavoro operaio). Si trattava in ogni modo dell’indagine di una forma di lavoro che si svolgeva al di là, in una situazione terza o comunque profondamente diversa rispetto a quella del ricercatore o dell’intellettuale che proponeva una certa teoria sul lavoro. Negli ultimi trent’anni, lo sviluppo esponenziale del settore terziario avanzato, quello dei servizi, della cultura e dello spettacolo, è stato accompagnato da una progressiva proletarizzazione dei suoi lavoratori, e costituisce oggi il principale interesse per le ricerche sulle condizioni e le rivendicazioni legate al lavoro. Per questo motivo quella con-ricerca di operai e intellettuali che avvicinava la filosofia e la sociologia ai luoghi della produzione industriale diventa oggi una “auto-ricerca”, a sottolineare come soggetto e oggetto della ricerca coincidano e questo porta ad analizzare quelle che sono le proprie condizioni del lavoro.

Manca un passaggio intermedio che è importante. È vero che noi ci occupavamo del lavoro altrui, del lavoro operaio, ma nel farlo in quel modo liberavamo noi stessi dal ruolo tradizionale assegnato agli intellettuali, quindi stavamo anche facendo un lavoro per noi stessi. È vero, ci occupavamo di fabbriche, mentre noi eravamo intellettuali. Però avevamo un duplice problema: il primo era quello di liberarci da questo status sociale dell’intellettuale, e incominciare a definirci anche noi come “lavoratori della conoscenza”, anche se allora non avevamo formulato questo problema con la chiarezza di oggi. Il secondo problema era quello di capire che la liberazione dallo stereotipo dell’intellettuale passava attraverso un nuovo modo di concepire la politica. Politica allora voleva dire, come vuol dire anche oggi, fare una professione, nella sinistra voleva dire fare la professione di guidare o rappresentare la classe operaia. Nel movimento comunista è sempre stato così, non avere soltanto un atteggiamento di solidarietà, ma più propriamente di guida.
Noi, o almeno io, non ero di questa idea e questa è stata forse la cosa più difficile da far passare anche al nostro interno, credo infatti che la maggioranza dei compagni di “Classe Operaia” (parliamo degli anni 1964-1967) continuassero a vedere se stessi come dei dirigenti del movimento politico e quindi dirigenti della classe operaia.

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Olivetti Ivrea. Montaggio schede di memoria per la Programma 101.

Mentre un’altra parte – e io ero tra questi, solo dopo l’ho capito meglio, mi ha aiutato molto a chiarirmi le idee Primo Moroni – diceva che noi eravamo un servizio, che avevamo la funzione di aiutare, di stimolare, di far venir fuori quello che già c’era dentro la classe operaia, offrendo ovviamente anche solidarietà e magari elementi di conoscenza specialistica. Quindi non soltanto assorbivamo un sapere operaio, ma cercavamo di essere un elemento maieutico o di detonatore, un elemento in grado di far venir fuori quello che era già all’interno, lo spirito di giustizia, di equità, di rivolta, ma sempre dicendo che è la classe operaia quella che dirige.
Era un lavorare per noi stessi molto mediato, anche poco dichiarato. Era più esplicito invece là dove ci occupavamo di tecnici o eravamo tecnici (nei due anni di vita della rivista “Classe Operaia” io ho lavorato come impiegato all’Olivetti, occupandomi di elettronica, ero iscritto alla FIOM). Quindi dicevamo: nella fabbrica non c’è soltanto l’operaio massa, ci sono anche gli impiegati che, si sa, tradizionalmente sono stati dalla parte dei padroni. In realtà quanto più aumenta, nel personale impiegatizio, nella fabbrica, in seguito all’evoluzione tecnologica, la componete tecnica dotata di competenze tecnico-specifiche, tanto più si riduce il peso della componente amministrativa o di puro controllo e quindi diventa più facile realizzare l’alleanza tra lavoro di conoscenza e lavoro manuale (distinzione abbastanza fasulla ma in un’organizzazione gerarchica come la fabbrica conta).
Questo è un passaggio intermedio da tenere presente, tant’é che il mio primo contributo significativo su “Classe Operaia” è stato proprio l’articolo sui tecnici della Olivetti. Con i quali avevo rapporti di lavoro e mi rendevo conto quanto essi ragionassero un po’ come gli operai. Erano diversi dal tecnico amministrativo o dall’ingegnere dei tempi e metodi, addetto all’organizzazione del lavoro. Poi c’è stato l’articolo che ho scritto con Francesco Ciafaloni “I tecnici come produttori e come prodotto”, sui Quaderni Piacentini [n.37 del 1969] che ebbe allora un notevole riscontro e fu un detonatore per il movimento nelle facoltà scientifiche. Il Sessantotto era nato nelle facoltà umanistiche come movimento anti-autoritario. Invece questo discorso sui tecnici e poi sulla scienza contribuì ad accelerare la maturazione del movimento delle facoltà tecnico-scientifiche che poi diedero un contributo notevole alle ricerche sul lavoro. È abbastanza importante capire che il discorso operaista classico poteva esaltare filosofi, storici, letterati, umanisti, sociologi, giuristi, architetti, o quello che vuoi. Inserendoci dentro il discorso sui tecnici abbiamo fatto esplodere tutta una serie di contraddizioni all’interno delle facoltà tecnico-scientifiche. Quello è stato importante.

La crisi apertasi con l’inizio degli anni Ottanta è il sintomo di una trasformazione radicale del sistema lavoro e della società più in generale. La definizione di "post-fordismo" voleva sottolineare proprio questo passaggio epocale, una ristrutturazione radicale dei rapporti fra lavoro, il suo ambiente e la crisi della rappresentanza politica.

È stato molto difficile gestire il passaggio quando la grande fabbrica ha cominciato ad andare in crisi. Soprattutto quando c’è stata la sconfitta FIAT, riprendere un pensiero antagonista sul piano sociale, di classe, è stata un’impresa che pareva impossibile. Sì, noi siamo riusciti più o meno a imbastire il discorso sul post-fordismo con il libro Tribù delle talpe [Feltrinelli, Opuscoli marxisti n. 23, 1978], abbiamo almeno posto il problema. Il 1977 è l’anno di svolta. Si è fatto sentire un movimento contro il lavoro e quindi contro la fabbrica come momento di disciplina, che ha spiazzato molti di noi. Per noi la fabbrica era in fin dei conti una roccaforte della resistenza operaia, se non anzi dell’offensiva. Per loro diventava puro momento di disciplina, di passività e così via. Interpretare questa mutazione dava la possibilità di capire cosa stava succedendo. Con la Tribù delle talpe ci siamo in parte riusciti. Però fino al discorso sul cosiddetto “lavoro autonomo” [Lavoro autonomo di seconda generazione] non era del tutto chiaro questo passaggio, perché la conclusione a cui arrivavano tutti era: “finita la fabbrica o meglio, la grande fabbrica, è finito anche il lavoro come conflitto”. Per dirla in soldoni: con la tematica del lavoro non si fa più politica. In questo modo migliaia di militanti o di semplici persone amanti della democrazia hanno appeso al chiodo per sempre i guantoni. Come si fa politica allora? La loro risposta era: sul tema dell’ambiente, sul tema di genere, sul tema dei “diritti”…

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L’artista Joseph Beuys, fra i fondatori del partito dei Grünen, Karlsruhe, 1980.

C’è stato un momento in cui io stesso ho lavorato molto sulla questione ambientale, la sostenibilità, abbiamo creduto molto in questa alternativa “verde”. Ero molto influenzato dalla Germania, avevo vissuto a Brema che era stato il primo Land dove i Grünen erano entrati in parlamento, ne avevo conosciuti alcuni bravi e quando ero tornato in Italia effettivamente avevo anch’io tentato di cavalcare un po’ questo puledro ambientale, sempre legandolo alla questione operaia. Se vogliamo la parte interessante di questo nostro ambientalismo era che partiva sempre dalla fabbrica. La vera radice di queste cose erano le produzioni nocive. Sono state esperienze, quelle delle lotte operaie contro in veleni in fabbrica, di grande ricchezza, basti pensare a Seveso, la nuvola tossica sprigionatasi dall’Icmesa che ha fatto strage di animali e non si sapeva perché. C’era stato chi era riuscito a capire prima degli altri, anche prima degli inviati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che cosa stava succedendo, che cos’era la sostanza tossica che era uscita, la diossina. Erano questi operai della Montedison organizzati in comitati di base. Siccome erano dei tecnici di altissimo livello, interrogando gli operai dell’Icmesa, hanno ricostruito il ciclo e hanno capito che era la diossina. Quello è stato un episodio molto bello, di “scienza operaia” se vogliamo. Gli operai dell’Icmesa non si facevano trovare, imboscati, terrorizzati dai padroni ecc. Loro li hanno beccati uno ad uno, con “loro” intendo gli operai della Montedison che era una fabbrica lì vicino, a Castellanza, e li hanno messi alle strette chiedendo a ciascuno: “Ma tu dove stavi?” —“Stavo sotto quella colonna T”—“Allora non potevi non sapere che razza di roba ci passava dentro”, e alla fine hanno ricostruito il ciclo produttivo e hanno capito che si trattava di diossina. Mentre il Comune di Milano mandava le bestie morte nell’inceneritore e produceva così altra diossina. Quindi nel nostro ambientalismo l’approccio era sempre questo qua, partiva da Marghera, dalla nocività, la lotta contro i fumi, il polietilene, l’acetilene, tutte queste produzioni nocive che si espandono nell’ambiente, rovinano l’ambiente e la salute dei lavoratori. Soltanto chi ci lavora per produrle sa quali sono le loro caratteristiche, riesce con la sua lotta a fermarle, soltanto gli operai potevano fermarle, fermando gli impianti e semmai poi potevi iniziare a pensare a produzioni non nocive. I Verdi Italiani all’inizio erano molto anti-operai, non tutti ma parecchi di loro. Dicevano che gli operai erano complici: “Sono loro che producono, non è vero che vogliono fermare, anzi quando noi vogliamo chiudere la fabbrica loro la difendono”. Quindi i Verdi si sono presentati veramente come un movimento anti-operaio molto forte. Persino dei nostri compagni che erano diventati Verdi, di colpo si erano messi a odiare gli operai. In parte avevano ragione, basta vedere cosa è successo all’Ilva di Taranto.

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1976, i lavoratori impegnati nella decontaminazione della fuga di diossina all’Icmesa di Seveso.

Abbiamo usato il discorso dell’ambiente da questo punto di vista per recuperare un po’ di discorso operaio. Solo che non c’erano più quadri all’interno di queste fabbriche, la Montedison con la crisi della chimica italiana chiudeva gli impianti. La situazione era molto complessa, non era solo una crisi politica della militanza operaia, era una crisi del settore, hanno distrutto la chimica italiana i nostri bei banchieri, manager e uomini politici. Storie nere di corruzione, di tangenti, di morti misteriose. E quindi moltissimi incidenti, impianti che saltavano, le imprese che avevano come unico obiettivo quello del taglio dei costi e abbassavano le manutenzioni, quando arrivava un consulente che doveva diminuire i costi dell’impianto, per prima cosa tagliava le spese di manutenzione, con il risultato che saltavano gli impianti e c’erano i morti. Ma non basta, pochi sanno che in quel periodo sia nella chimica che nella siderurgia hanno sciolto gli uffici tecnici, cioè hanno eliminato quei reparti che avevano la memoria dell’impianto, dove c’erano gli unici tecnici a sapere com’era fatto l’impianto ed a poter dire, se accadeva un guasto, dove e come si doveva ripararlo. Sicché oggi come oggi in qualunque grande fabbrica chimica o siderurgica ancora in funzione non c’è nessuno che sa com’è fatto l’impianto e quando c’è un guasto i fornitori di materiali e progetti possono fare quello che vogliono. È come se a te saltasse una valvola del motore e il meccanico ti facesse rifare tutto il motore invece di cambiarla. Quindi costi spaventosi, altro che taglio dei costi!
Questo durante gli anni Ottanta. Nel decennio non c’è stato un particolare pensiero sociale, primo perché c’era stata la repressione dei movimenti, quindi la gente era in galera, e secondo perché dentro le fabbriche effettivamente trovavi piazza pulita, dieci/ventimila quadri sbattuti fuori da un giorno all’altro non li ricrei facilmente, e quello, infatti, è un terreno che non si è mai più ricreato, la fabbrica non ha mai dato più nulla.
Poi è arrivato il 1992-1993, la grande svolta con il sindacato che ha firmato l’accordo che accettava la flessibilità. Allora, se vogliamo, è ripartito un discorso, perché ti trovavi in una situazione dove non avevi più, come prima, un sindacato che bene o male difendeva alcuni elementi della condizione operaia, ti trovavi ormai con un sindacato che collaborava per costruire un sistema demenziale di flessibilità, pensato per le nuove generazioni.
Quando firmano quest’accordo, i sindacati, di fatto, accettano una tregua salariale che è reale, ma senza avere come contropartita il mantenimento della grande impresa, anzi, l’Italia diventa il Paese dove la frammentazione, la miniaturizzazione dell’impresa, è portata all’estremo. I sindacati magari difendono la parte cosiddetta garantita del lavoro, tutelata dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma non fanno nulla per impedire che l’Italia si riempia di fabbriche al di sotto dei 15 dipendenti dove quindi l’articolo 18 non vale, fino ad arrivare alla situazione di oggi, dove l’articolo 18 difende soltanto, credo, il 48% dei dipendenti. Il sindacato non ha fatto nulla per impedirlo e il partito che ha preso il posto del PCI anzi, ha fatto di tutto per essere il partito dei distretti industriali delle piccole fabbriche, delle lavorazioni esterne, degli operai diventati padroncini, degli appalti e dei subappalti, del lavoro a domicilio. E poi del precariato di massa.

Negli anni Novanta si affermano in maniera decisiva due termini per descrivere le nuove tipologie del lavoro, da una parte il “precariato”, dall’altra la cosiddetta “società della conoscenza” porta alla ribalta la definizione di “lavoratore della conoscenza”. Attorno a questi due definizioni è sembrato si potesse ripensare un’organizzazione delle lotte sul lavoro che l’eclisse della fabbrica aveva lasciato scoperta.

Direi che quello che sconvolge tutto è l’informatica. Nel momento in cui inizia a entrare internet e il personal computer nel mondo del lavoro, le forme della produzione cambiano radicalmente. Cambia l’immaginario, cambiano le relazioni sociali. All’inizio non ce ne siamo resi conto, la portata dell’introduzione del personal computer non è stata da subito così evidente. Invece dopo ci si è accorti che è determinante, soprattutto nel mondo del precariato, nel mondo del lavoratore della conoscenza, del lavoro autonomo ecc. Queste forme di lavoro senza internet, senza informatica, senza pc non reggono.
In questo senso abbiamo potuto innescare un discorso all’interno di una rivoluzione tecnologica, cioè abbiamo di nuovo riagganciato un discorso sulla tecnica che era stato abbandonato. Prima avevamo agganciato l’operaio massa alla catena di montaggio, quindi alla tecnologia, dopo di che non riuscivamo a trovare una nuova figura sociale rispetto a una nuova tecnologia. Quello è stato il momento chiave se vogliamo. Francamente penso sia difficile parlare di figure sociali, anche nel lavoro, che non abbiano un qualche legame con una tecnologia specifica. L’uomo senza la macchina nel lavoro non esiste. Quindi quando loro mi dicono “è finita l’era della manifattura, è l’era dei servizi, quindi le macchine non contano più” mi viene da chiedere, “ma secondo voi quell’aggeggio lì cos’è?”

Da dove proviene il termine “precario”?

Ho trovato il termine prekär (precario) in uno scritto di Max Weber del 1917, uno scritto fondamentale: Wissenschaft als Beruf (La scienza come professione). Il termine nella sua prima accezione era legato al lavoro accademico, cioè il precario era il precario universitario, quello che fa l’assistente, il ricercatore o anche meno. Weber così definisce questi giovani che si avviano alla carriera accademica e non hanno nessun’altra speranza che aggrapparsi alle fortune, al volere e all’arbitrio del barone. Poi non l’ho più ritrovato, tant’è che una volta parlando con un amico tedesco, sociologo, un allievo di Habermas, oggi in pensione, negava che prekär fosse un termine corretto nella lingua tedesca, diceva: “non puoi usarlo perché è un francesismo”. Oggi “precario” è usato in una dimensione diciamo onnicomprensiva, come anche “lavoratore della conoscenza”, si è staccato dal contesto da cui aveva tratto il suo significato. Allora i precari si muovevano verso uno stato di determinazione della loro situazione lavorativa attraverso il consolidamento della carriera, quindi uno stato di transizione verso uno status definito.
La Laufbahn (carriera), è il presupposto fondamentale in tutti i discorsi del management d’impresa. Tu entri come precario, ma la carriera lavorativa ti porta in vari gradi di stabilizzazione. Questo è molto forte in tutta la letteratura manageriale. Il termine career tra l’altro vuol dire "pista di corsa", con le varie corsie di gara. Cosa ti garantisce l’impresa? Di sicuro non ti garantisce un posto di lavoro. Questo è un punto importante, l’impresa è quella struttura che ti permette di fare una carriera, e non di ottenere una certa stabilità. Il fine dell’impresa non è quello di darti una tutela sociale quindi una stabilità, ma di permetterti di fare una carriera. In questo senso il discorso americano sull’impresa è molto diverso dalla nostra visione europea, dove l’impresa fornisce un posto di lavoro stabile, con una specie di protezione e di tutela sociale. Per loro l’impresa è invece l’elemento competitivo dove fai carriera, sgomitando, facendoti valere. E quindi l’impresa è veramente la corsia dove tu corri in gara contro avversari che sono i tuoi colleghi.
Quando Weber impiega il termine Beruf [professione] in connessione con Wissenschaft [scienza] è pienamente consapevole di usare una parola che vuol dire, oltre a professione, “vocazione” e implica delle condizioni di carattere morale, di disposizione d’animo, la passione come anche la dedizione a una certa idea di progresso e d’innovazione. Questi pensatori sociali di lingua tedesca erano perfettamente consapevoli della rivoluzione che stava investendo l’organizzazione del lavoro, sia perché hanno avuto un ruolo storicamente rilevante nel definire le caratteristiche dello “spirito imprenditoriale”, sia perché consideravano le inclinazioni morali e lo spirito d’animo dello scienziato non diverse da quelle di un operatore commerciale o di un fondatore di un’impresa.
Al contrario oggi il termine “precario” indica uno stato d’indeterminazione, una figura di transizione verso uno status indefinito, con un orizzonte su diversi sbocchi possibili, uno dei quali può essere il lavoro autonomo, ma per una grande maggioranza dei soggetti è il lavoro dipendente, mentre per un numero sempre crescente di persone è un susseguirsi di contratti a termine, di collaborazioni, di stage non pagati ecc.

Anche la figura del “lavoratore della conoscenza” cambia dalla sua prima apparizione alla fine degli anni Cinquanta, nel libro di Peter Drucker “Landmarks of Tomorrow”.

Prima di “lavoratore della conoscenza” ci sono due definizioni. In Germania, tra il primo decennio del secolo e il primo dopoguerra si fa strada il termine Kopfarbeiter (che possiamo tradurre con “lavoratore della mente”). In Inghilterra, nel 1921, R.H. Tawney parla di brain workers e della “crescita di una nuovo proletariato intellettuale”. A cosa alludono questi termini? Kopfarbeiter viene riferito in generale alla figura del salariato cui sono richieste prestazioni di tipo intellettuale e creativo. Si pensa soprattutto all’industria dei media, in particolare all’industria editoriale, che a Berlino aveva raggiunto già prima della guerra mondiale una dimensione e una struttura capitalistica avanzate, con grandi concentrazioni finanziarie, tecnologie, elevatissima divisione del lavoro, sistemi di distribuzione moderni e quindi capacità di creare posti di lavoro in grande quantità. Nel 1895 si contavano a Berlino circa sessanta giornali quotidiani, di cui dodici con due uscite giornaliere. L’innovazione nel campo delle tecniche della comunicazione è trainata dai giornali. La “taylorizzazione” entra nel lavoro dei quotidiani prima ancora che nell’industria. Si forma un intero nucleo urbano chiamato Zeitungsviertel (il “quartiere dei giornali”) dove questi Kopfarbeiter si concentrano, creano stili di vita, ambienti, nasce una miriade di ristoranti e di self-service fatti apposta per le loro esigenze di fast food.
Emil Lederer nel 1921 scrive un articolo sulla misera condizione dei “lavoratori della mente”, i cui salari sono spesso salari di fame, mentre i posti di lavoro scarseggiano. Nello stesso anno Tawney parla dei brain workers come di salariati “con misere paghe” (con retribuzioni non di rado inferiori a quelle di un operaio specializzato) e parla di una situazione occupazionale in cui non c’è sicurezza sul lavoro e le opportunità di carriera sono scarse. Peter Drucker era austriaco, nato a Vienna, suo padre era amico di Schumpeter, conosceva Emil Lederer, è uno che la cultura austro-marxista l’aveva sulla punta delle dita. È scappato dall’Europa nazista per andare negli Stati Uniti. Quando inizia a sviluppare il suo discorso sui “lavoratori della conoscenza”, sapeva bene cosa succedeva nella grande impresa. A lui naturalmente interessa il business, gli interessano le business school, gli interessa creare il management. Però è uno che a differenza degli altri ha la cultura austro-marxista alle spalle. Quando parla del “lavoratore della conoscenza” sa che una volta, quando era ragazzo, si parlava dei Kopfarbeiter. Anche se Kopfarbeiter e brain worker erano visti come figure di sfruttati, mentre per Druker i “lavoratori della conoscenza” sono il driver di ogni progresso. Il suo discorso si sviluppa parallelamente al pensiero sul management. Drucker non si è mai posto il problema dell’oligopolio, lui crede nel ruolo progressivo della grande corporation, della multinazionale. Però attenzione: bisogna tener conto di un cambiamento molto importante. Lo chiamerei il cambiamento dell’etica dell’imprenditore e del manager. All’epoca di Drucker o quando io lavoravo all’Olivetti, i capi, i dirigenti, i padroni di un’impresa erano tutti tesi a farla crescere, la crescita dell’impresa e dei suoi dipendenti era il loro orgoglio. A questo faceva riscontro un analogo senso del dovere e del bene comune nella pubblica amministrazione. Il funzionario pubblico, anche il più soggetto all’inerzia burocratica, pensava di dover fare il bene dell’apparato, di doverlo conservare almeno. Oggi il manager dell’impresa ha una visione “corsara” delle cose, mordi e fuggi, cerca di ricavarne il massimo per sé e pensa sin da subito in quale altra azienda potrebbe guadagnare di più. Se dietro a sé lascia solo rovine, non gliene importa un fico secco, se dopo di lui l’azienda ha lo stesso fatturato con la metà del personale, ne è orgoglioso. Analogamente il burocrate, il funzionario pubblico. Quelli che pensano al bene comune sono sempre più rari, l’importante è fare i propri affari. Ed in politica è lo stesso.

Peter Drucker fu primo a spingere la definizione di una classe legata alla produzione di conoscenza, quindi di una classe di lavoratori della conoscenza, come una classe emergente nella nuova società a carattere imprenditoriale. Il pensiero sociologico tedesco, da Weber a Drucker, sembra aver legato a doppio filo dalle sue origini il cosiddetto lavoro della conoscenza al pensiero d’impresa e allo spirito imprenditoriale. Oggi che il modello dell’imprenditorialità appare in forte crisi, è possibile che anche una definizione come quella di “lavoratori della conoscenza” sia da ridiscutere?

Può darsi di sì. Bisogna tener conto di due cose: primo il lavoratore della conoscenza deve essere anche uno che ha grandi capacità relazionali; secondo: c’è la questione della biopolitica dell’investimento emotivo. Intendere “lavoratore della conoscenza” solo come quello che ha delle competenze specialistiche è troppo riduttivo. È riduttivo non solo perché oggi avere delle competenze specialistiche non serve quasi a nulla sul mercato del lavoro, ma perché non possiamo limitare il discorso alla pura valorizzazione del capitale umano. Il fatto è che non abbiamo ancora trovato un altro termine che possa comprendere la complessità degli elementi soggettivi che ti sono richiesti per accedere al mercato del lavoro.

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Manifesto pubblicitario, realizzato da Adrianus Van Der Elst, della macchina per scrivere Olivetti modello Valentine nata nel 1968 su progetto di Ettore Sottsass, vincitore del Premio Compasso d’oro 1970.

Il punto centrale mi sembra il rapporto fra “conoscenza” e “competenza”, dobbiamo distinguere fra competenza e conoscenza. Competenze sono quelle che tu acquisisci attraverso un particolare curriculum di studi e sono la merce che tu scambi sul mercato. Conoscenza è qualcosa di molto più complesso che non è mai scambiabile interamente con denaro. È qualcosa che comporta una parte di volontariato e una parte anche molto forte di investimento soggettivo, che va completamente al di là del rapporto di mercificazione. Io penso che potrebbe essere utile tenere distinte queste due cose anche se so benissimo che non sono separate.
Dopo di che c’è un terzo aspetto, quello delle capacità relazionali, dove c’è dentro di tutto, dalla diplomazia al tatto alla sensibilità all’intuizione delle aspettative dell’altro fino al ruffianesimo più sfacciato. Queste cosiddette doti relazionali fanno parte della competenza, fanno parte della conoscenza? Boh? Anche questo è un bel problema.

Che ruolo ha la dimensione del desiderio nella messa al lavoro delle nostre esistenze?

Cos’è il desiderio? L’aspirazione? L’immaginazione? Il volere qualcosa senza sapere esattamente cosa? L’istinto di possesso? Forse tutte queste cose assieme e qui dipende da persona a persona. Posso dire quello che è stato per me. La prima cosa che posso dire è che ha giocato sempre un ruolo fondamentale nelle mie scelte, è stata la molla della mia continua ricerca, quello che mi ha dato la carica nel nomadismo intellettuale che ho praticato, passando da una disciplina all’altra. Sono laureato di fatto in teologia protestante, pur avendo avuto una forte esperienza cattolica. Poi sono passato alla storia, ho interpretato il mestiere di storico a modo mio, parallelamente ho iniziato il mio percorso politico, sono stato docente cercando di distruggere il ruolo tradizionale del docente, ho fatto del male probabilmente a molti che in me cercavano solo un buon professore, ma ho aperto il cervello a molti altri. Sono passato alla consulenza, occupandomi di qualcosa che con la teologia e la storia non ha nulla a che fare, i trasporti merce, la logistica. E poi tutta la ricerca sul lavoro, strettamente connessa con il mio impegno civile, con la mia militanza politica. Non sono un enciclopedico e non sono un tuttologo. Cos’è la molla che mi ha fatto percorrere sentieri così diversi e assumere il rischio di essere considerato un superficiale, un cialtrone, uno che sa tante cose ma nessuna bene? Forse quello che voi chiamate il desiderio, che per me però è sempre stato legato intimamente alla razionalità intellettuale. Per me il desiderio non è mai stato lo sballo nella versione peggiore o il sogno, nella versione migliore. Non ha mai occupato il posto dell’irrazionale, sublime o miserabile che sia. È sempre stato qualcosa che mi ha aiutato a essere più lucido, a ragionare a mente fredda ma con tanta energia dentro, con tanta voglia, con tanta passione, proprio come nell’eros. E quindi ciò mi ha portato a fare tantissime scelte sbagliate ma che mi hanno dato grande soddisfazione. Mi ci sono sentito bene dentro, anche se a uno sguardo esterno potevano sembrare delle enormi cazzate. Basta pensare a come ho buttato nel cestino la mia carriera universitaria. Solo un irresponsabile poteva farlo a quel modo. È vero che mi hanno cacciato ma se mi fossi impegnato solo un tanto sarei riuscito a recuperare, ad avere un posto sicuro e una pensione non da fame come quella che ho oggi. Oltre a un determinato status sociale. Ma se dovessi ritrovarmi in quella situazione, lo rifarei. Il desiderio, secondo me, è quello per cui fai una cosa solo perché ti va di farla, qualunque cosa succeda. Ma non è imprudenza, anzi, è l’istinto sicuro che se fai così fai bene. Quindi il contrario. È quello che consente l’innovazione perché costringe a trovare un senso, un significato, in ciò che appare come insensato. È quello che considera la scelta ovvia, sensata, razionale, una scelta banalmente ripetitiva, priva d’interesse. Ma non sono sicuro che sia proprio così, voi cosa ne pensate?….

All’ingresso in Torre Galfa ci siamo definiti a partire dalle singole professioni, figure lavorative perché nessuna definizione di classe sembrava essere adatta. Il tratto che più ci sembrava essere comune era la condizione data dalle forme e i tempi di lavoro all’interno di quella che hai chiamato “economia dell’evento”.

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5 marzo del 2012, il cedimento del palco all’interno del Palacalafiore di Reggio Calabria. Nel crollo è rimasto ucciso un operaio di 32 anni.

Di fatto l’evento è una somma di piccoli cicli di produzione. Nessuno lo ha ancora decostruito in questo modo, prendere un evento e vedere quanti cicli produttivi ci sono al suo interno. Varrebbe la pena ricostruire tutti questi segmenti di lavoro. Bene o male dopo che c’è stato l’incidente con le impalcature del concerto della Pausini, Quinto Stato aveva iniziato a fare un’indagine sul lavoro negli allestimenti di concerti rock, un piccolissimo ciclo, ma che potrebbe far emergere tutte queste figure. Se si riuscisse a ricostruire, che ne so, il ciclo della produzione di uno spot pubblicitario, verrebbero fuori una quantità di figure diverse, con competenze molto diverse, che sono tenute insieme da altre figure con ruoli di intermediari più che di manager.
Le relazioni di servizio si sostituiscono per la maggior parte alle relazioni strutturate. Soprattutto le gerarchie interne alle funzioni possono cambiare continuamente. Nella manifattura bene o male avevi una gerarchia di funzioni molto definita, qui hai questa cosa totalmente elastica che si costruisce, che si monta e si smonta ogni volta. Ci sono figure che in una certa produzione sono più importanti e altre meno, ma in altre produzioni invece cambia. Il problema è che non si è ancora riusciti a fare una parola d’ordine unificante, non puoi nemmeno usare la tematica della stabilizzazione, perché queste strutture non si stabilizzano. Si riesce a toccare solo le situazioni esasperate, diventa difficile portare avanti delle rivendicazioni. Allora ti viene la tentazione di passare per le corporazioni, per gilde, come fanno negli Stati Uniti gli screenwriter e altri lavoratori della cosiddetta “classe creativa”. Le corporazioni sono secondo me una strada obbligata, devi passare per le associazioni di mestiere, non vedo altre forme associative altrimenti. Se una delle corporazioni riesce a farsi largo, a imporsi in qualche cosa, gli altri incominciano a fare altrettanto. E allora si crea una dinamica, disordinata fin che vuoi, frammentata, ma intanto una dinamica, anche se sono rivendicazioni molto egoistiche. Il movimento operaio del resto è nato dalle corporazioni di mestiere, i tipografi, i cappellai, i sarti ecc… C’è stata una lunga transizione, durata quasi mezzo secolo, prima di arrivare all’industrial unionism. Se aspetti la parola d’ordine unificante puoi pazientare anche cent’anni che non arriva mai.

Hai usato per economia dell’evento anche la definizione di economie della “temporalità”, questo ci interessa molto. Qual è la dimensione e la percezione del tempo in eventi tipo il Fuorisalone a Milano?

Tutte le fiere sono per definizione eventi temporanei. Lo erano nel Medioevo e lo sono ancora oggi. Quello che cambia è invece il diffondersi di situazioni provvisorie in attività tradizionalmente stabili, come l’attività commerciale di un negoziante. Una volta, ma ancora oggi, uno può costruirci sopra la vita. Oggi invece si diffondono i temporary shop e sono loro o imprese simili la novità, non le fiere. Milano, a mio avviso, è una città che ha costruito parte della sua economia sull’evento temporaneo, anche altre metropoli lo hanno fatto, ma ciò che contraddistingue Milano è l’addensarsi di questo tipo di attività, non le attività in sé. Questo fa sì che una fetta ancora non classificata quantitativamente di forza lavoro che si muove nell’economia metropolitana trova occupazione in questo addensamento di attività temporanee. Qualcuno ha esplorato questo territorio del lavoro? Si sono fatti dei carotaggi, ma manca un’indagine complessiva. Voi dite che questa cosa produce una certa dimensione del tempo, certo, ma non solo, produce qualcosa, a mio avviso, di più importante, una certa dimensione sociale o, meglio, produce una componente sociale che trova la sua cittadinanza nella provvisorietà, in un precariato permanente e strutturale. Non so se Bauman pensa a fenomeni del genere quando parla di “società liquida” ma certo l’espressione sembra azzeccata. Quanto poco conosciamo del lavoro nel post-fordismo! Chi fa ricerca sociale per professione, parliamoci chiaro, non ci azzecca mai. Solo l’intervento, l’azione dentro un determinato corpo sociale permette di conoscere veramente. Se voi come Macao riusciste a trovare contenuti e parole per rivolgervi a questa società “liquida” in modo da sottrarla alla sua riproduzione inerziale, alla sua passività acefala, per farla diventare elemento di disturbo della pax mediolanensis, per coinvolgerla in un progetto di riscatto di questa generazione fottuta dalle politiche degli ultimi vent’anni, fregata in partenza, costretta all’esodo o ad accettare sempre di più calci nel sedere, avreste dato un grande contributo alla democrazia. La mia generazione quello che ha dato ha dato, ormai abbiamo ben poco da dire. Mentre scrivo queste righe mi dicono che è morto don Gallo. Un grande. E mi vien fatto di pensare che mai come in questo momento il ceto politico che ha portato l’Italia nelle condizioni in cui è, ha mostrato tanta arroganza. Pensate, alle ultime elezioni otto milioni di elettori hanno voltato le spalle al centro destra e 3 milioni e mezzo al PD, mentre un movimento cresciuto dal nulla ha raccolto più voti di tutti. Un segnale più chiaro della volontà di un elettorato non poteva venire. E invece, soprattutto per le manovre di un Presidente della Repubblica che, nelle sue qualità di uomo politico, mi ricorda tanto il povero Andreotti, ci ritroviamo con un governo il cui dominus è Berlusconi. Tanto per continuare a parlare in latino: è o non è questo un vulnus grave alla democrazia? E o non è questa una situazione nella quale ritorna “il diritto alla resistenza”?

Milano, maggio 2013

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