Si potrebbe anche pensare di volare... LOVE&BORDELLO I LOVE MACAO

Silvia Calderoni

Car* MACAO,
è da diversi giorni che alcuni dei respiri più profondi che faccio sono legati a te, ogni tanto mi salti alla mente e penso a quello che ti sta accadendo e al destino complesso che ti attende.
Sì, scrivo proprio a te, allo stabile in via Molise 68 a Milano, scrivo ai muri, alla corte interna, alla vetrata nel soffitto, alle sale prove danza, alla sala cinema, alla foresteria, allo studio di registrazione, alla ballroom centrale, al cortile interno e al grande terrazzo sul tetto. Scrivo alla polvere spazzata e all’aria riscaldata con tanta tenacia nei giorni più freddi.
Sì, hai capito bene, non sto scrivendo a chi ogni giorno fa attività culturale, politica e creativa al tuo interno ma a te in quanto edificio, perché so che, se potessi parlare, saresti l’unico a poter spiegare la moltitudine di visioni che ti attraversano e ti hanno attraversato.
Per questo ti chiedo di farti verbo, di trasformarti come in un film di fantascienza, e diventare bocca, denti, lingua e glottide, di proferire parola, perché la tua voce me la immagino incredibile, una polifonia di voci e linguaggi diverse di chi ti ha abitato e di chi ti ha “fatto” così come sei, così sfaccettato e così difficile da narrare in modo lineare. Immagino che tu possa pronunciare suoni che dentro contengono frasi e concetti, esperienze e contraddizioni, desideri, idee e punti di vista che ne contengono altri ancora, così come è la realtà che ti abita.
Caro MACAO dentro di te ho sempre visto tutto questo, immaginando a volte, calato dal tetto di vetro, un grande cartellone delle partenze e degli arrivi, come quelli che trovavi nelle vecchie stazioni, ma non dei treni ma delle idee. E’ un immagine che ho avuto spesso, durante gli spettacoli, i dj set gli incontri, i laboratori, le assemblee, le feste e le nottate che ho fatto tra le tue mura.
Caro MACAO ce lo hai insegnato tu: “Si potrebbe anche pensare di volare” e quindi adesso mattoni, tubi, rame, cemento, legno, calcestruzzo, fatevi voce, perché noi in questi anni ce l’abbiamo messa tutta e se non ci sono altre voci che si uniscono alla nostra sarà impossibile narrare ciò che è, ciò che sei e che rischia di scomparire.
E sì, questa volta faccio chiamata a chi si sente mattone e tubo, perché di far chiamata agli artisti non ne ho più voglia e sono certa che chi si sentirà risuonare come tubo o mattone o calcestruzzo, al dì la della passione che ha o del desiderio che lo sposta, si sentirà tirato in causa.
Ciao via Molise 68, a giugno sarò da te, non fare scherzi.

MACAO

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